venerdì 3 febbraio 2023

"Il Medioevo negli Iblei. Gli insediamenti" conferenza a Termini Imerese (PA)

Si terrà sabato 4 febbraio 2023 alle ore 16,30 la nuova lezione del Corso di Archeologia Medievale promosso da BCsicilia, in collaborazione con il Dipartimento Culture e Società dell’Università di Palermo, il Museo Civico, l’Università Popolare Termini Imerese e la Parrocchia San Nicola di Bari. Dopo la presentazione di Alfonso Lo Cascio, Presidente regionale di BCsicilia, è prevista la conferenza dal titolo “Il Medioevo negli Iblei. Gli insediamenti” che sarà tenuta da Giovanni Di Stefano, Archeologo dell’Università della Calabria. L’incontro si svolgerà presso la Chiesa S. Maria della Misericordia – Museo Civico, in Via Mazzini a Termini Imerese. Il giorno successivo, domenica 5 febbraio, è prevista la visita guidata ai Castelli delle Madonie.
Gli insediamenti di età post classica nell’area della Sicilia meridionale, negli Iblei ragusani, sono caratterizzati da una varietà tipologica: villaggi rurali aperti, città arroccate e fortificate. Questi insediamenti sono databili dall’XI al 1693. La recente ricerca archeologica ha scoperto alcune case di un villaggio rurale islamico nel Casale di Sanctae Crucis de Rosacambra (S. Croce Camerina). In questo abitato è stato pure individuato un edificio che può essere stato un Hammam databile all’XI secolo. Una Cuba è probabile che sia da identificare nell’edificio del Castello di Comiso. Nell’area orientale del territorio, nelle gole scavate nell’altopiano, l’insediamento è caratterizzato da case scavate nella roccia. Qui si formano vere e proprie “città trogloditiche” con case rupestri (a Cava Ispica, alle Grotte Cadute, al Castello). Questa tipologia insediativa deriva probabilmente da tradizioni costruttive nord africane, berbere, probabilmente importate in Sicilia con l’arrivo degli arabi. Alcuni di questi insediamenti rupestri nel XIII-XIV secolo sono sopravvissuti con l’arroccamento difensivo delle aree direzionali che sono state fortificate, come nel caso di Modica, Ragusa, Scicli, Ispica (il fortilitium). Oggi la ricerca archeologica condotta in alcuni di questi abitati ha riportato alla luce palazzi fortificati (a Modica) e spazi pubblici (al Fortilitium di Ispica e a Terravecchia di Giarratana). Questi insediamenti di età rinascimentale sono state le città distrutte dal terremoto dell’11 gennaio del 1693.
Giovanni Di Stefano è archeologo, attualmente professore di Archeologia del Mediterraneo Tardoantico all’Università della Calabria e di Architettura e Urbanistica delle Città Romane delle province del nord Africa, presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Di Stefano è stato Dirigente Archeologo della Regione Sicilia e Direttore del Museo e del Parco archeologico di Camarina e di Cava d’Ispica. Tiene altresì seminari e laboratori all’Università di Catania e all’Università di Messina (in questo Ateneo su “Le antichità giudaiche della Sicilia”). È inoltre Direttore della missione archeologica italiana a Cartagine (per lo scavo dell’Anfiteatro) e della Missione archeologica italiana a Malta-Ta Wilga.Ha pubblicato, per la casa editrice Novecento, con Antonio Di Vita, un volume su Camarina, con Sellerio Editore su Kaukana e su Camarina con Paola Pelagatti, e per Giunti Editore sui bronzi siculi di Castelluccio e sul relitto delle Colonne di Camarina, ancora con l’Electa sul Museo di Ragusa e poi su Cartagine con Fabrizio Serra editore, e infine “Schiavi e padroni nella Sicilia Romana”, “Potere e consenso dai Severi a Costantino”, “I Vinti del Tardoantico” e “Gerarchie sociali nella Sicilia greca” con l’editore Punto L.

lunedì 30 gennaio 2023

Il laboratorio culturale dello Studium aretino, una delle Università più antiche d’Europa

Con una conferenza di Francesco Stella sull’Università medioevale di Arezzo prende avvio la terza parte del ciclo organizzato dalla Società Storica Aretina “Istruzione e scuole in Arezzo dal medioevo all’età contemporanea”. L’incontro, patrocinato dal Comune, ha per titolo “Il laboratorio culturale dello Studium aretino, una delle Università più antiche d’Europa” ed è in programma mercoledì 1 febbraio 2023, alle ore 17,30, all’Auditorium Ducci di via Cesalpino, 11 a Arezzo.
Curato da Giovanni Galli, il ciclo di conferenze, è parte di un più ampio progetto e si propone di ricostruire istituzioni, iniziative e figure del secolare processo volto a favorire l’estensione delle conoscenze culturali da una ristretta cerchia di specialisti a strati sempre più larghi della popolazione, approdando nel corso dell’Ottocento all’organizzazione della Pubblica Istruzione come servizio istituzionalizzato, prima di élite e poi di massa.
Le prime tracce dell’Università medievale di Arezzo si collocano intorno al 1215; gli Statuti ufficiali sono del 1255 e fanno dello Studium aretino uno degli “atenei” europei di più antica attestazione. Nonostante ciò, si è avuto scarso interesse verso la storia di questa istituzione fino al 1994 per merito di Angelo Tafi e fino al 1996 con la pubblicazione, da parte del ricercatore inglese Robert Black, dei documenti che testimoniano le decisioni delle autorità pubbliche ed ecclesiastiche e degli atti che accompagnarono la vita dello Studium, spentosi soltanto agli inizi del Cinquecento. Nel 2005, infine, una serie di celebrazioni e di incontri di studio organizzati dalla Facoltà di Lettere di Arezzo, dal Comune, dalla Diocesi e da una serie di enti pubblici e privati ha consentito la riscoperta della vicenda e soprattutto ha favorito nuove ricerche sui materiali d’epoca, sulle discipline e sui maestri che animarono e resero prestigiosa questa antica Università.

lunedì 23 gennaio 2023

"Le rappresaglie dei cartolari dei lodi di Savona (secoli XIII-XIV)" presentazione a Savona

Martedì 24 gennaio 2023
, alle ore 17.00, al Circolo Stella Maris,
in Piazza Pippo Rebagliati, 2, a Savona si tiene la
presentazione del volume "Le rappresaglie dei cartolari dei lodi di Savona (secoli XIII-XIV)" (Edizioni di Società Savonese di Storia Patria, 2022), curata da Domenico Ciarlo e Furio Ciciliot.
Probabilmente, nella memoria collettiva, il riferimento più immediato a cui viene associata la parola “rappresaglia” è quello degli eccidi perpetrati con cieca, disumana e violenta barbarie durante la Seconda Guerra Mondiale. I tratti salienti di quelle rappresaglie erano il contesto bellico, lo scopo di deterrente, che servisse ad annientare tramite il terrore ogni forma di resistenza, il coinvolgimento di innocenti, la sproporzione tra offesa ricevuta e vendetta attuata.
La rappresaglia medievale, invece, è connotata essenzialmente da uno solo di questi tratti salienti: il coinvolgimento di persone che non hanno alcuna responsabilità nel danno che la rappresaglia vuole risarcire, ma che vengono coinvolti per una singolare applicazione del concetto di solidarietà. Il termine medievale represalia (dal verbo latino reprehendere) indica infatti il mezzo con cui ci si “riprende” ciò che è stato sottratto.
Per aversi rappresaglia, tuttavia, occorre che una determinata autorità giudiziaria o un determinato potere politico siano impossibilitati a ottenere e rendere giustizia in via ordinaria: ciò accade quando l’offensore o danneggiatore è sotto la giurisdizione di un’entità politica straniera, che si rifiuta di collaborare. Essendo l’offensore giuridicamente irraggiungibile, la rappresaglia mira a rivalersi con la forza su qualsiasi suo concittadino che capiti a tiro. La rappresaglia medievale rimane dunque limitata, quanto ad entità, al recupero del maltolto o al risarcimento del danno subito, ed è una pratica di mero carattere economico, pur coatta e, per i nostri parametri di valutazione, ingiusta.
Le prime attestazioni di questa pratica sono distribuite in tutto l’Alto Medioevo, nelle leggi che ne condannano e vietano l’applicazione oppure nei trattati che tentano di attenuarne gli abusi, ma essa risulta poi generalmente accettata e normata negli statuti comunali e applicata con frequenza a partire dal XIII secolo (…).